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Vita di una multipotenziale

Vita di una multipotenziale

Alla domanda “cosa vuoi fare da grande” ricordo di aver risposto diversamente a seconda dell’età; la veterinaria, la biologa marina, la giornalista di moda, la giornalista di costume, la scrittrice, la critica letteraria, l’insegnante di inglese. Poi è subentrata la vita e mi sono ritrovata a fare quello che faccio ora.

Da bambina facevo cose che oggi comunque hanno ancora un seguito: scrivere, disegnare, tradurre canzoni dall’inglese all’italiano, parlare da sola in inglese (lo facevo già a 9 anni), stare con gli animali (criceti, cavie peruviane, tartarughe, vermi, cani, una volta anche un cucciolo di pipistrello trovato in giardino, coccolato e liberato subito) leggere e cucinare.

La prima cosa che ho risposto alla fatidica domanda sul mio futuro è stata: voglio fare la veterinaria, poi ho capito che avrei sofferto troppo e ho optato per la biologia marina, vista la mia ossessione per le orche (non chiamatele assassine vi prego!) quindi perché non andare in America (ovviamente)!

Nel frattempo, tra un disegno e libri di animali, la natura e l’inglese, passavo il tempo con mamma che cucinava imparando a farlo guardando i suoi gesti e in estate facevo lo stesso con mia nonna. La mia famiglia e i miei cugini erano tutti al mare, ma io restavo con lei, perchè dovevo aiutarla a preparare il pranzo.

Un’altra cosa che facevo era scrivere un diario ed ho continuato a farlo dalle elementari fino alle medie. Anni in cui il mio amore per la scrittura è sbocciato grazie ad una professoressa meravigliosa. Questa passione è poi diventata una dote apprezzatissima al liceo, media del 10 in italiano, i miei saggi giravano per i professori affascinati dal mio modo di recensire i libri che leggevo. Poi anche i temi in inglese sono diventati eccellenti, grazie all’amore smodato per tutta la letteratura inglese da Coleridge a Thomas Grey.

Continuando il liceo a pieni voti (in tutte le materie, anche matematica seppure non proprio tra le mie preferite), più o meno al quarto anno di liceo, ho scoperto la moda e mi si è aperto un mondo. Guardavo Sex and the City prima ancora che diventasse così famoso in Italia, leggevo Vogue America ed mi informavo su tutto.

In quinto liceo arriva il panico! Non sapevo minimamente cosa studiare all’università e scegliere solo una cosa mi metteva in crisi. Lettere? Economia? Scienze delle comunicazioni? Psicologia? Veterinaria? Biologia? Zoologia? Tra le varie ricerche scopro la facoltà di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma, un’interfacoltà tra Lettere e Filosofia ed Economia. Già questo mi piaceva. Il programma di studio comprendeva: esami di storia dell’arte (Dadaismo e Espressionismo astratto sono stati i miei amori), esami di storia delle religioni (una meraviglia il libro di Brelich), lettere (tra cui un esame sui libri francesi che parlavano delle cortigiane, ricordo ancora La Dama dalla Camelie) esami di merceologia tessile, gemmologia, storia del costume, cinema, giornalismo, diritto, marketing (non scorderò mai una conferenza con i vertici della McDonald’s in aula magna ad Economia) e via dicendo.

Potevo dire di no? In una facoltà avrei studiato di TUTTO! Ero così entusiasta che i miei 5 anni si sono conclusi con un bel 110 e lode e la laurea d’eccellenza tra i laureati del mio corso.

La mia tesi parlava della storia di Bergdorf Goodman e di come si diffusero i department store negli Stati Uniti e nel mondo, con il conseguente impatto sui consumi e la messa a punto di nuove tecniche di vendita. Ovviamente una parte consistente era dedicata alle vetrine natalizie di Bergdorf Goodman, lo studio dietro la loro creazione e l’inaugurazione annuale ormai diventata evento dell’anno. Ricordo ancora quando arrivò da Amazon America un libro vecchissimo sulla fondazione di Bergdorf Goodman, sembrava mi fosse stato recapitato il manoscritto originale del Canto di Natale di Dickens.

L’amore per l’America e la lingua inglese, da sempre continuava a venir fuori. Anche la tesi triennale ne è una dimostrazione, incentrata infatti sulla moda americana e gli stilisti allora emergenti.

Non solo in cucina quindi, New York e gli Stati Uniti, sono sempre stati presenti in qualsiasi cosa io facessi.

Dopo la laurea il lavoro, probabilmente scelto troppo in fretta a causa della pressione di quegli anni che si riassumeva in “c’è crisi, non si trova lavoro”. L’ho trovato invece ad un mese dalla tesi di laurea. Pentita? No, era Hermès, chi avrebbe detto di no?! Poi è arrivato Gente, un negozio poliedrico, multibrand di lusso, una sfida insomma. Sono entrata come JOLLY (mi definirono proprio così) e la cosa mi rappresentava al mille per mille. Dovevo stare lì dove serviva, quindi facevo vendita, cassa ed e-commerce, imparando praticamente mille mila cosa differenti e gestendo dinamiche molto lontane tra loro; ero nel mio habitat.

Poi per esigenze aziendali, mi sono concentrata sull’ecommerce, gestendolo benissimo. Successivamente, sempre per necessità ai vertici, sono diventata responsabile di cassa e back office. Dove la mia dote da problem solver si è scatenata. Da buona multipotenziale infatti non sono rimasta chiusa nel ruolo di amministratrice, ma ho continuato a vendere se necessario, curiosare tra le nuove collezioni e “impicciarmi” di cose che assolutamente non mi competevano. Lo faccio tutt’ora!!! Ho sempre aggirato il sistema, se ho un problema lo provo a risolvere io, poi se faccio un casino chiamo, ma la maggior parte delle volte risolvo e nessuno se ne accorge, mentre mi faccio grandi risate con la manager che capisce subito quando sono affaccendata nei miei “magheggi”.

Dirvi che mi dispiace essere circondata da Louboutin, Valentino, Chloè e Bottega Veneta sarebbe ipocrita, continuo ad amare il lusso e ad impazzire di fronte ai nuovi modelli di Rick Owens. Perchè però non sono soddisfatta? Perché non ho più visto possibilità di crescita, il lavoro inoltre impegna il 90% del mio quotidiano, limitando la mia smania di voler fare anche altro. Non ho più niente da imparare di davvero interessante e anche se trovo sempre il modo di divertirmi, è troppo il tempo che mi viene tolto e ne sto soffrendo, fisicamente e mentalmente.

Tra le tante cose, non avere il tempo di cucinare davvero, ad esempio, comincia a pesarmi, come anche il fatto di dover rinunciare a scrivere, a stare con in cani o fare qualsiasi altra cosa, perché semplicemente sono stanca e non ho tempo di fare le cose con criterio.

Per quanto riguarda la cucina, da adolescente e poi universitaria, organizzavo cene a casa, invitando amici e parenti, preparando tutto nei minimi dettagli, dalla tavola al dolce. MAI piatti di carta, ma SEMPRE argenteria e bicchieri di cristallo. Lo stare a tavola per me era fonte di gioia e sapere che le persone si fossero radunate per mangiare qualcosa preparato da me lo era ancora di più.

Successivamente la mia visione della cucina è diventata più intima. Dopo la rottura dolorosissima dal mio primo grande amore, non ho cucinato per più di un anno e quando ho ricominciato a farlo, è diventato un gesto rivolto a me stessa, per coccolarmi e riprendermi quello che avevo perso. Quella persona si era portata via tutto, io dovevo ricompormi e la cucina è stata la parte di me più complicata da rimettere a posto.

Quella che avevo abbandonato era una cucina vanitosa, pretenziosa, chic ed estremamente aristocratica. Dopo è diventata una cucina casalinga, confortante, corroborante e che richiama climi freddi, ricette di famiglia e della mia amata America. L’estetica però non è mai mancata, perché sì, si mangia prima con gli occhi e per me un piatto, che sia anche un cheeseburger, deve essere buono ma anche bello, soprattutto se presentato a qualcuno.

Questo mi ha portata ad Instagram, dove tutte quelle foto meravigliose che vedevo mi hanno avvicinata alla food photography. Cosa che mi diverte tantissimo, seppur autodidatta, sia per l’acquisto di tutti i props (cioè tutti i piatti, posate, tovaglie che sono veri e propri strumenti del mestiere) che per la resa delle foto. Vedere il cambiamento continuo nel mio stile ancora non ben definito mi dà tante soddisfazioni.

Successivamente ho sentito la necessità di esprimermi, di far sentire la mia voce nel mondo e da qui nasce il blog, per raccontare il mio tutto.

Cosa sono e cosa faccio? Ci sto lavorando. Al momento ho ancora il mio lavoro in boutique, scrivo il mio blog e scatto foto per Instagram, cucino ciò che amo e ho due meravigliosi cani e una tartaruga d’acqua di 25 anni, che mi fanno sentire in pace con il mondo e portano avanti a spada tratta il mio amore viscerale per gli animali e la natura. Guardo film e serie tv in lingua inglese e seppur il mio look sia cambiato e sia più casual, ogni tanto mantengo la mia anima da Louboutin e borsa di Chanel.

Non so se siate arrivati a leggere fin qui, ma mai come oggi, ho davvero voglia di lavorare sui miei potenziali e farne qualcosa di unico, che sia utile per voi e per me stessa.

Perchè avere più talenti è bello, è un mondo di possibilità che ti aprono la mente, un approccio olistico alla vita in cui la tua empatia con ogni essere vivente rende profondo qualsiasi incontro.

Sarà un viaggio difficile, ma amo viaggiare e amo farlo perdendomi tra i vicoli e stando a vedere non tanto dove porteranno, ma quanto avranno di bello da mostrare.

Per altre informazioni sulla multipotenzialità vi lascio il link ad un libro molto bello che sto leggendo che tratta proprio questo argomento:

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