Per lavoro mi capita spesso di partecipare a degustazioni di diverso genere, sempre molto piacevoli, devo dire. Raramente, però, mi capita di viverle nella città in cui vivo, Roma. Grazie a un invito di AB Comunicazione, ho avuto modo di conoscere una realtà friulana durante un pranzo piacevolissimo presso il ristorante Tribuna Campitelli, accanto al Ghetto ebraico.
Per prima cosa, Alberto Faggiani, con cui si entra immediatamente in connessione. Una persona diretta, trasparente, senza tanti fronzoli, che mi ha ricordato l’autenticità di un lavoro che nasce dalla terra e si alimenta di quella passione capace di creare connessioni e sinergie tra natura e persone.
Alberto è alla guida di Tenuta Stella, un’azienda vitivinicola friulana nata nel 2009 per volontà di Sergio Stevanato, innamorato dei paesaggi e dei vini del Collio. Un territorio di grande interesse, quello del Collio, che negli ultimi anni ha conosciuto un importante percorso di valorizzazione.



Qualità, autenticità e agricoltura biologica sono tre caratteristiche che contraddistinguono questa azienda, impegnata a preservare i vitigni autoctoni e a raccontare la propria filosofia attraverso una definizione che mi ha colpita particolarmente: coltivatori di vita. Quando un giornalista presente al tavolo chiede ad Alberto il perché di questo nome, lui spiega gentilmente che la volontà è quella di permettere a tutti i dipendenti di vivere la vigna e la cantina continuando, allo stesso tempo, a vivere la propria vita.
Una missione che mette al centro la sostenibilità della vita umana, molto spesso sottovalutata dalle aziende, come se la questione del «vivere» fosse un vizio dell’umanità.
I classici, ma anche i cavalli di battaglia di Tenuta Stella, sono i bianchi del Collio: Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia. Prima di arrivare a loro, però, abbiamo modo di degustare le bollicine. Il pranzo si apre infatti con un metodo classico da uve Ribolla Gialla, piacevolissimo, accompagnato da un originale burro vegetale e dal pane realizzato dal ristorante con lievito madre.
Intanto, al tavolo arrivano un ottimo crudo di ricciola con lime, avocado ed estrazione di iceberg, seguito da una deliziosa tatin di porri e un cremoso e saporito risotto alla crema di scampi. La degustazione prosegue con i classici della cantina. Il Friulano DOC, prodotto con uve Tocai Friulano, è un vino di facile beva, floreale e fruttato, fresco e persistente. Degna di nota la Ribolla Gialla, ottenuta al 100% da questo vitigno: calda, avvolgente e burrosa. Non riuscivo a smettere di berla!



E poi la Malvasia, un vitigno che nell’immaginario comune viene spesso associato ai vini dolci, ma che personalmente amo soprattutto nelle versioni secche, esattamente come in questo caso. Rotonda, equilibrata e di grande bevibilità, questa Malvasia Istriana conquista con le sue note di ananas e vaniglia.
Arrivati alla degustazione dei formaggi francesi, si passa ai rossi con lo Sdencina Rosso, un blend di Pignolo, Tazzelenghe, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso e Schioppettino. Un vino che porta con sé anche un nome legato alla storia di questo territorio di confine, dove culture e tradizioni si intrecciano.
Infine, prima del caffè, dalla tostatura eccellente, concludiamo in bellezza con il Friulano Riserva. Un vino la cui fermentazione viene condotta con lieviti autoctoni in tonneau di rovere francese per 10 giorni e poi un affinamento in tonneau di 2° passaggio per 24 mesi.
Pur essendo un bianco, è un vino capace di evolvere nel tempo, con una longevità che può arrivare fino a dieci anni. Quello che ho amato di più è la sua complessità ammaliante: spezie, agrumi, frutta secca dolce e fiori secchi si intrecciano in un profilo aromatico che conquista senza stancare.
Ma, più ancora delle note organolettiche, mi ha colpita la sua insita resilienza. Questo vino proviene infatti da vigneti risalenti al 1926, ormai centenari. Alberto me ne aveva parlato prima che arrivassero tutti, raccontandomi di queste piante quasi come fossero nonni anziani, da lasciare vivere liberamente e da preservare con la cura necessaria a garantirne una vita migliore.
È un’immagine che mi è rimasta impressa, perché racconta qualcosa che va oltre la produzione di vino: il rispetto per il tempo, per ciò che ci precede e per tutto quello che merita di essere preservato. E forse è proprio questo il senso di essere coltivatori di vita. Perché dietro una bottiglia di vino ci sono persone, il territorio del Collio, la fatica, il lavoro e la passione. Ci si innamora del gusto, certo, ma anche delle storie delle aziende italiane, ognuna con il proprio percorso, fatto di scelte, memoria ed esperienza.
Ringrazio quindi Alberto per l’umanità e la sincerità dimostrate, AB Comunicazione per l’invito e Tribuna Campitelli per il piacevolissimo pranzo. Un complimento al ristorante per la scelta di materie prime di ottima qualità e per la tecnica nell’esecuzione dei piatti.

