Fine Comfort Cooking

Il Caso Noma

Sarò impopolare nel dare una mia personale opinione di questa che, a mio avviso, sta diventando l’ennesima gogna mediatica. 

Percorro due filoni paralleli qui. Perché da una parte René Redzepi ha sbagliato, inammissibile tutto ciò che ha inferto al suo staff, inammissibile aver usufruito per anni di manodopera gratuita ripagando in onor d’apprendimento. La vecchia scuola è dura a morire.

In tutta questa esposizione dei fatti però sfugge un dettaglio: le tempistiche. Parliamo di un’indagine del New York Times della giornalista Julia Moskin che risale a denunce che vanno dal 2009 al 2017. Sono passati 9 anni. Cosa è successo in questo lasso di tempo? Qualcuno lo dice? Diamo per scontato che è ancora così?

Nel 2015 Redzepi scrisse un articolo per la fondazione MAD in cui parlava dei meccanismi malati della ristorazione. In quell’occasione si è definito un bullo, violento, con problemi di gestione della rabbia. Da quel momento, sceglie di andare in cura, cambiare stile e leadership.

Ora, non si cancella un passato violento e quello che ha fatto è vergognoso, ma quest’uomo ha fatto mea culpa, ha deciso di lavorare per cambiare, ha chiesto scusa. Deve andare a processo per risarcire le persone che ha ferito? Forse dovrebbe. 

Ma non è un po’ tutto a favor di sensazionalismo mediatico? 

La sensazione è che il Noma abbia disturbato qualcuno con il suo menù da 1500$ a Las Vegas, non per il prezzo (Ramsay ne organizzò una da 2500$, nessuno ha fiatato) ma per il lustro che questa presenza europea stesse avendo negli States. Chi lo sa. O nel risentimento dello staff abusato, che ha digerito poco il successo del Noma oltreoceano (come dargli torto).

Ma qui qualcosa sta andando oltre.

Perché non si parla del fatto che lui aveva ammesso di essere violento? Perché molti sostengono che chi è stato a contatto con lo staff negli ultimi anni non ha notato un minimo di tensione? Nella vita si cade, ci si rialza. Redzepi ha sbagliato, è caduto, si è rialzato.

E ancora, ha chiesto scusa per qualcosa che ha fatto e ammesso di avere fatto, e, notizia dell’11 marzo, ha deciso, dopo più di vent’anni, di fare un passo indietro. Non ha dato le dimissioni, ma non sarà più il leader del team. 

Molti chef risaputamente “vecchia scuola” (fa figo dire così), stanno ancora lì, nei loro ristoranti a tacere e fare i vaghi, chissà, magari in questa ondata di denunce, qualche altra testa salterà. Sperando che saltino quelle che ad oggi rendono ancora la ristorazione un ambiente di guerra.

Quello che mi rende perplessa poi devo dire è l’opinione pubblica, esterna al mondo della gastronomia, che si indigna, per carità, con tutte le ragioni del caso.

Un filino ipocrita però, visto che siamo cresciuti ammirando un Gordon Ramsay che lanciava piatti e insultava gente, osannando Masterchef con un Cracco terribile, un Bastianich dagli atteggiamenti discutibili e un Barbieri che lasciamo perdere (avete notato negli ultimi anni come si sia addolcito, quasi irriconoscibile, meno male, qualcosa sta cambiando davvero, almeno in tv). Per non parlare poi del mito di Bourdain, che ha romanzato la tossicità delle cucine un po’ come siamo stati in grado noi in Italia di umanizzare la camorra in Gomorra, dove i criminali sono diventati quasi dei fighi da adorare.

Ipocrisia da tutte le parti insomma.

Ci hanno fatto e ci fanno credere che la cucina funziona così, perché lo pensano davvero. Ancora oggi leggo commenti di tantissimi chef che dicono (parafraso): “si impara solo così a fare questo mestiere e reggere la pressione, è brutto ma è così”.

Non è poi solo la cucina un ambiente tossico, ad alti livelli lo diventano un po’ tutti. Parliamo dello sport? Della moda? Del mondo del show business? Ma anche semplicemente l’azienda di turno, e lo dico io che in un ambiente tossico con meccanismi di bullismo ci ho lavorato 7 anni. 

A questi chef e a tutte queste persone vorrei ricordare una cosa che per me ai tempi, nonostante basilare, è stato d’aiuto: la ristorazione come altri mestieri, per quanto meravigliosi siano, non salvano vite umane, non sono campi di battaglia, non c’è un mondo da difendere a suon di coltelli, padelle, palloni, sci o abiti da sera. 

Respirate. Non muore nessuno. 

Tranne Redzepi, che sono sicura saprà come risorgere dalle sue ceneri. 



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